E c'erano rotaie nell'angolo di una qualche stazione, arruginite, tra ciuffi d'erba stopposa accanto alle latrine. Dall'altra parte un correre insieme e lo snodarsi in direzioni diverse. Lampioni alti di metallo chiaro e marciapiedi cementati a dividere. Dove andassero i treni non so e non c'era da chiedere, in quel deserto di gente. Il cane a pelo raso, nero, che annusa gli angoli e zampetta ignorando, non c'era. Lei era lì, magari scesa da un treno inesistente e guadagnò l'uscita. Nella piazza, la solita fontana a bordo basso e il segno del calcare nella vasca dov'era scorsa acqua dagli ugelli ora secchi. Procedette alla destra percorrendo il viale fiancheggiato da alberi alti senza più foglie. A opprimerla, il silenzio in cui a risuonare era solo il suo passo. Fu davanti alla casa di mattoni che le venne l'dea e la risorsa di emettere un canto a voce muta. E mimò passi di danza a braccia aperte con un occhio a guardarla dalla tendina alzata di una finestra. La videro allontanarsi che andava in direzione del nulla mentre il bollitore dell'acqua spandeva il suo fischio per le stanze. Sul tavolo apparecchiato, la tazza di porcellana a fiori rossi. Per cosa fosse apparecchiata, e per chi, non è dato saperlo.