Eccomi ancora qui, a Chios. Alle 18 la nave (Karavi) mi portera' sull'isola. E' la terza volta in questi anni che incontro per caso Andreas, una volta piccolo, ora fattosi adulto e Economista. Viaggeremo insieme e spero che all'arrivo ci sia qualcuno ad accogliermi perche' il bagaglio e' davvero pesante e non vorrei risvegliare i Gremlins. Intanto saluto tutti e spero di potermi connettere. Ciao A.
In giornata, a Dio piacendo, dovrei essere da queste parti. Non so se potrò connettermi. Saluto tutti, ciao

A svegliarmi è stato l'Antonio a più voci chiamato da voci allarmate. Poi un parlare partenopeo concitato di cui ho riconosciuto Marocchino, Fammi vedere la testa, Mi ha messo contro un muro. E' quando si sono allontanati che mi sono accorto del peggio : il fetente pappatacio ha colpito ancora. All'avambraccio destro, alla caviglia e alla coscia a sinistra. Inutile voler riprendere sonno subito: il prurito da pappatacio dura più a lungo di quello della zanzara.E così eccomi qua: a far placare l'effetto ci vuole una buona mezz'ora. In epoche preSplind avrei acceso il televisore mentre il fornelletto Viadallamiacamera faceva il suo effetto. Odio i Pappataci che mi inseguono dovunque vada nelle notti estive. Mi prediligono come i topi il pifferaio. E pungono solo me che ho lo sguardo rivolto all'indietro. Già perché adesso ricordo la notte peggiore. Erano zanzare allora, a nugoli sulle pareti della cameretta. Notte d'inferno. Me, sergente in tuta mimetica, il caldo dell'Agosto nel corpo di guardia proprio sopra il canale di scolo delle acque putride di Arezzo, la nausea da Autan ovunque, anche sui due piantoni assonnati. E la colica per aver mangiato a mensa golose sarde fritte. Brutta notte davvero. Il prurito si è calmato e provo a tornare a dormire.Buon riposo anche a te, Antonio, a te, al Marocchino e ai tuoi amici in cerca di dose.
DOMENICA
Poi magari è una domenica di quelle in cui dormi fino a mezzogiorno, esci per saziare la fame e incontri una coppia di amici con cui pranzi, torni a casa e ti rimetti a dormire stremato. A svegliarti ci pensa il temporale e il vento che fischia tra i tuoni. Guardi dalla finestra stupito: non è pioggia, è una nebbia di acqua che il vento schiaffeggia in ogni direzione. Tu pensi ai monsoni e a Muong Sing dove volevi andare a raggiungere il dottor Dooley alla missione Medico, alla lettera che scriveva all’amico Bart salutandolo “sempre tuo con affettuosa cordialità”, formula che hai usato sempre all’epoca in cui eri penpal. Sì, mi ricercò Betty lou anni dopo, ma tu eri distratto da altri momenti di vita e perdesti il contatto con le sue lettere dal Mississipi, con la rosa stampata che mandava profumo sintetico. Poi Thomas Dooley morì, e con lui il sogno travolto più che dalla guerra del Vietnam, dal durissimo scontro con lo studio vero che vuole piegarti al reale.
Raffiche di vento, dicevo, e acqua sparsa che si infilava anche dalle finestre chiuse penetrando negli interstizi dei davanzali e di un intonaco esterno da sigillare.Poi ho visto: l’albero si è sradicato ed è crollato sul tetto del capanno, nell’orto di fronte. Bella sorpresa, quando i proprietari torneranno. E domenica prossima, di primo mattino, risuonerà il ronzio di una sega. Io sentirò i galli che si chiamano a giro, i cani abbaiare e i belati. Ah, già, anche il martellare dei carpentieri albanesi che mettono tetti alle case e lo sferragliare del trattore di Fhotis. Questa, è proprio una strana serata.
Opposite si commuove
Poi magari ci scrivo un racconto. Intanto voglio fissare il momento di questo rientro dopo decenni in una casa che mi vide bambino. Mi hanno guardato strano, l'amico che vorrebbe comprarla, l'agente immobiliare e l'attuale padrona di casa, vedova di Renzo che la sposò in seconde nozze. Intanto io dicevo della conchiglia, ancora là sul tavolo a dare il rumore del mare se portata all'orecchio, delle pitture sulla parete del salotto eseguite da uno studente d'arte nel '29, della scatola da lavoro della Cicia, piena ancora di fili e ditali. E lo spiedo in cucina col coccetto a bollire i fagioli, col tavolo dove la signorina Laura mi faceva i soldatini di pane e prosciutto mentre il grammofono a manovella mandava favole dai dischi di cartone marrone. E la nicchia di una stanza, dove sulla toeletta c'era il fornello a spirito e il ferro per arricciare i capelli. Sul terrazzino che guarda il tramonto non c'è più il vaso di campanule, ma il ferretto per smuovere la terra, quello sì, ancora è lo stesso. Di fronte, la Viola, elettrificata, ora non dondola più a mandare il suono a onde dal campanile e in basso l'Università ha usurpato l'edificio del mattatoio da cui al mattino salivano muggiti a lamento. "Torni a prendere il caffé" mi ha salutato l'anziana che lascerà la casa per andare a vivere coi nipoti. E adesso, finalmente, io singhiozzo il mio pianto ricordando il bambino che ero.

Si avviarono alla Città recando memorie di quel loro Essere che era stato prima che i nuovi venuti fossero giunti a imporre altre Leggi. Cosa entrassero a fare, cosa li attendesse una volta arrivati al cospetto del Reggente non se lo erano neppure chiesto. Protezione, quella sì la volevano credendo fosse un loro diritto confermato nei tempi, ché l'usanza di rito era questa. Fronte a terra, i delegati ponevano il quesito. Colui che sedeva sul trono alitava parole all'orecchio del Cerimoniere che, annuito col capo, pronunciava la equa, inappellabile sentenza. Ma l'accorrere così in massa non era mai accaduto prima dell'oggi, stravolto dall'irrompere violento di quegli uomini bruni sordi a ogni istanza. Un muro avevano alzato, da non valicare, che separava il popolo dalla cittadella e solo l'osare di pochi audaci ne aveva fatto breccia nottetempo, quando si era stati sicuri che le pozioni che le donne avevano messo alle libagioni avrebbero mosso a un sonno incantato i guardiani posti alle porte. Poi,ombre silenziose di notte, erano usciti in massa uno e si erano avviati in fila compatta, quasi che lo starsi addossati facesse muro ad ogni pericolo. La città, però, la trovarono vuota. Vuote le case dei potenti che abitavano l'acropoli, vuote le stalle dei famosi cavalli. Nessuno nella reggia e nemmeno nelle stanze del reggente. Sciolto il corteo solidale in sciamare a formica cercando, nulla più e nessuno trovarono. Solo chi si affacciò alla stanza del trono vide una forma scura di donna che giaceva a terra a battersi il capo canuto coi pugni. Come li vide, cessò di percuotersi e iniziò il suo dire parole aspre a sentirsi, durissime. Così seppero che il Reggente insieme ai potenti se ne erano andati ricchi di cose e di onori dopo aver venduto l'intero paese al potente Simantha. E il bambino innocente che chiese , dal lamentare ululato conobbe quale sarebbe stato il futuro di tutti, ora che i nuovi padroni erano Akrotinti antropofagi.












Scritta nel post del 9 Luglio nel blog di Federicomiozzo fedefedefede.splinder.com, questa frase non va perduta
...ed io ho pensato che la vita è soltanto un insieme di giorni in eccesso in mezzo agli incontri.

Da non credersi. Io che guardo la partita con due amici a pasta fredda, insalata di pollo e brindisi bianco fresco, che salto su dalla poltrona e mi sporgo dalla finestra a suonare un campanaccio al gol, che a fine partita corro con loro alla piazza principale, che squarciagolo Mameli e Va' pensiero, che saltello a piedi uniti ché chi non salta Francese è, che mi accuccio a terra per venir su tutti insieme a braccia alzate e strillo. Per dirla alla Stepa, ho trascorso ore felici e mai provate felice di essere un Italieno!